Ho capito cosa vuol dire soffrire per amore


Tutt’ora il primo miglior anno della mia vita. Tutt’ora il momento in cui tutto ciò che ho sempre sognato, da bambina, si è realizzato, tutto in una, magica, inaspettata volta.


Vannino, il mio primo monolocale:

con letto matrimoniale, un armadio contenuto, finestre grandi e luminose, generalmente con un’ottima vista, la cucina a scomparsa e un bagno all’aperto. Su ruote.


La verità è che l’ho comprato solo perché era giallo, su internet, senza nemmeno vederlo prima, un po’ una fregatura (forse?) ma non poteva essere tutto più perfetto di come è stato.


Non penso di aver mai sentito così tanta sicurezza e familiarità in un posto, come quando ero con Vannino, ovunque: sui cliff di roccia a Gaunthame Point, nella foresta di sequoie secolari a Margaret River, in quelle stazioni di servizio marce e piene di mosche, perfino quando siamo rimasti a piedi in mezzo al deserto del Nord ed un camionista (sono tutt’ora sicura fosse un Angelo) ci ha caricati e portati per 1200 km fino dal meccanico.



Non penso di aver sofferto in altro modo così come ho sofferto per Vannino, quando l’ho lasciato lì, il giorno della mia partenza, perché è andata così, dopo 11 mesi di vita assieme.

Penso che lasciando Vannino ho capito cosa vuol dire soffrire per amore.


Per tanti anni non me la sono spiegata quella sofferenza, così viscerale, ho pianto per mesi.