EMBODIMENT MANIFESTO

IL TUO CORPO NON E' TUO.

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1- L’apparenza non inganna. E si giudica.

La costante pressione estetica è uno degli elementi principali che regolano le interazioni tra gli individui. Non è un mistero che ci sia uno scivolo diretto che collega le fattezze corporee ad un giudizio valoriale, in cui volente o nolente la persona si trova ad essere determinata.

Dal momento in cui un corpo esiste all’interno di una trama sociale, si trova intrappolato dentro intessute tele di stereotipi, stigmi, canoni estetici e norme, che inevitabilmente danno forma alle categorie di pensiero con le quali il giudizio avviene.

La nostra volontà individuale è minata da questa struttura che la precede. Il nostro giudizio quindi non nasce mai libero e incondizionato, ma predefinito da un sistema che esiste già. 

Sarebbe assurdo negare che l’apparenza di una persona non ne determini l’attendibilità in qualsiasi ambito si trovi, sia nella sfera pubblica che privata, lavorativa, sociale, interpersonale, educativa, familiare.

L’aspettativa sulla condotta e sul tipo di vita che un individuo conduce, è in balìa dell'immagine del suo corpo, spesso frammentata, che viene recepita dallo sguardo esterno. 

Nell’interazione sociale, il focus non si incentra su ciò che facciamo e sull’integrità della nostra persona, ma si cristallizza su come appariamo, e i canoni estetici vigenti sono le norme entro cui le possibilità di espressione agiscono.

Non siamo esuli dal pre-giudizio, ma osservandolo e rendendoci consapevoli dei limiti e dei filtri che esso impone alle nostre dinamiche relazionali, possiamo de-costruirlo; la consapevolezza di un limite è già il superamento del limite stesso. Grazie a questa spinta consapevole è attuabile una ri-educazione del nostro sguardo, che può rendersi neutro e innescare la creazione di uno spazio di pensiero libero, inclusivo e non ingannevole.

2- Il tuo corpo non è tuo. È del sistema.

La bellezza come concepita nei canoni estetici vigenti contemporanei è un dispositivo di sorveglianza.

La sua intim-azione si può collocare storicamente nel Settecento: con la nascita della borghesia in Europa, si sono definiti nuovi meccanismi di esercizio del potere all’interno della sovrastruttura sociale che riecheggiano ancora oggi. 

Con l’ingresso progressivo della donna all’interno della sfera pubblica, e la sua conseguente conquista di maggiore libertà, il dominio maschile culturale ed economico si è trovato minacciato. Si apre uno spazio in cui la donna lavoratrice è libera di gestire le proprie finanze, di muoversi all’interno della realtà socio-politica, cambiando radicalmente la sua posizione. Per contrastare l’ampiezza di manovra della figura femminile, l’istituzione sociale inizia subdolamente a produrre degli strumenti di controllo, con l’intento di distrarla da un impegno pubblico. 

La costruzione di una normatività estetica, che negli anni si è declinata in diverse forme, è ciò che ha prontamente castrato la rilevanza sociale della donna, togliendole materialmente tempo e libertà di espressione in cambio dell’approdo ad una terra promessa: la bellezza.

Ed è così che essere bellə diventa un valore tramite cui la vita della donna si afferma, e le pratiche di bellezza, attuabili per il conseguimento della stessa, sono riassumibili in uno specchietto per le allodole in cui il femminile trova incastrato il suo riflesso. 

Dopo che il corpo è stato consegnato ad un ordine normativo che ne determina le giuste forme, ciò che si desidera non ci appartiene più, ma è dipendente da un desiderio altrui-1. Il corpo non è più nostro, è di un sistema costruito ad hoc per paura che occupassimo troppo spazio: siamo qua per riprendercelo. 

(1) Sentiamo di specificare che il desiderio di cui parliamo si identifica con quello maschile, ma ciò verrà approcciato e analizzato in un’altra sede. Il mero accenno in questo scritto avrebbe comportato delle problematicità di eccessiva incompletezza teorica. 

3- La tua bellezza è un capitale.

Una volta che la bellezza si è determinata come termometro valoriale, come la vetta da raggiungere ad ogni costo (dentro e fuori metafora), la logica di mercato può agire comodamente. Attraverso l’esercizio di un perpetuo controllo sulle costruzioni socio-culturali, oltre ad avere di fronte uno scenario drammaticamente orwelliano, notiamo inoltre che la contrattazione tra domanda e offerta che sta alla base dell’economia di mercato non è più la stessa. La domanda in questa sede non proviene da una libera scelta della controparte, ma da una surrettizia forma di soft power: la pubblicità.

Il fenomeno pubblicitario sfrutta l’insoddisfazione che si genera inevitabilmente in seno ad una società performativa, la quale richiede incessantemente all’individuo di essere produttivo, efficiente, funzionale; una società che non ha né tempi né spazi umani, che induce il soggetto ad ambire perpetuamente ad una vita altra o, peggio ancora, alla “versione migliore di sé stesso”. Il tragico vortice che proietta sempre a desiderare altro da quello che ho, da ciò che sono, consente all'offerta di mercato di avere un terreno eternamente fertile per produrre in serie ciò che è strutturalmente impossibile da colmare. 

L’individuo si trova profondamente isolato da ciò da che desidera, perché il suo desiderio sarà sempre servo di un bisogno che non è il suo. 

4- La retorica positivista non è nostra alleata.    

Un fenomeno sempre più sfruttato dalle grandi aziende che cercano di trarre profitto a discapito dell'insoddisfazione provata dai corpi è il body positivity. In termini tecnici si parla di marketing inclusivo o di body positivity-2 marketing, il quale tenta di spronare le persone ad amare il proprio corpo indipendentemente da come appare. Ciò che di primo acchito può sembrare una forma di evoluzione inclusiva, non si rivela altro che una strategia di mercato per allargare il proprio bacino di consumatori, per far diventare chiunque un potenziale target; cosa accadrebbe se l’enfatizzazione della bellezza non fosse più al centro del discorso?

Negli ultimi anni, si è affermato il concetto di body neutrality, coniato dall’autrice Anne Poirier nel 2015, la quale sostiene che invece di incalzare verso l’accettazione di ogni corpo, bisognerebbe smettere radicalmente di farne un problema. Al centro del concetto di body neutrality non c’è l’apprezzamento del corpo dal punto di vista estetico, bensì la sua neutralità. In questo modo, il corpo si sgrava di tutti quei canoni di bellezza che vengono normalmente usati per analizzarlo; si perdono le nozioni di taglia, forma, tipo di pelle e simili, perché vige una visione neutrale-3

Questo termine si distanzia dalla body positivity in quanto non fa leva su una retorica di accettazione sulla quale il marketing della beauty industry trae disonestamente profitto, ma propone una neutralità dello sguardo rivolto ai corpi. Come abbiamo già affermato, far sì che la bellezza rimanga il fulcro di questa retorica positivista, non fa altro che alimentare il sistema dal quale vogliamo svincolarci. Indirizzando frasi come “sei bellə così come sei”, “ama la tua cellulite”, continuiamo ad essere attori di un mondo in cui la bellezza è ancora protagonista e allo stesso tempo antagonista sotto mentite spoglie, pilotato da uno sceneggiatore il cui unico interesse è vendere il suo spettacolo. 

Il potere sovversivo della body neutrality risiede nel considerare la bellezza un concetto come un altro, non una scala di cristallo da salire quietamente e con grazia al fine di non disturbare il re. In questo modo neutro di pensare, di osservare e di relazionarci, vi è l’origine di una progressiva liberazione dai dispositivi di controllo che serpeggiano nella dialettica di potere capitalista. 

La neutralità del corpo non pretende un processo di accettazione indotto e forzato, che spesso rivelandosi fallimentare, isola ulteriormente il soggetto portandolo a sentirsi inadeguato. E così, il ciclo ricomincia nuovamente. 

Invece, una responsabilità collettiva, critica e rieducativa, è lo strumento che libera il singolo dall'inutile sovraccarico di responsabilità e dal conseguente senso di colpa. Restando fossilizzati in un individualismo illusoriamente risolutore difficilmente troveremo la giusta direzione per la strada maestra: l’azione collettiva.

(2) Per indicare l’espressione body positivity scegliamo di utilizzare il maschile in quanto ci riferiamo ad un movimento, che trae le sue origini dal fat acceptance movement, nato negli anni Sessanta. 

(3) Il corpo percepito come un dispositivo che ci permette di compiere ogni giorno delle azioni, per quanto contribuisca alla costruzione di un assetto di pensiero sano, presenta un forte abilismo di fondo dal quale noi prendiamo nettamente le distanze.

 

5- “Il personale è politico”. Ma in che senso?

Lo slogan “Il personale è politico” si diffuse negli anni Settanta nelle piazze e in ambienti femministi, con l’intento di sollevare la necessità di ridefinire i confini tra la sfera pubblica e la sfera privata, troppo spesso concepite come compartimenti stagni. Le dinamiche di potere che avvenivano all’interno delle mura domestiche, ovvero nella sfera privata, non erano considerate dalla sfera pubblica, e mancava una prospettiva politica su ciò che accadeva nello spazio personale. 

La politica non può essere ridotta a ciò che ha luogo esclusivamente nella sfera pubblica ma, piuttosto, attraversa la sfera pubblica e quella privata in continuazione, richiamando l’attenzione sul fatto che essa è già nelle case, per le strade, nelle piazze e in alcuni spazi virtuali. 

In quest’epoca più che mai stiamo sperimentando un’alienazione individuale su plurimi aspetti della nostra vita, e la cultura capitalista trae sistematicamente vantaggio dalla spaccatura che vi è tra il pubblico e il privato. 

É tramite un’azione collettiva che il personale può rivoluzionarsi, può de-costruire un sistema che opprime e incatena, per ri-costruire uno sguardo neutro volto alla ricerca dell’unica bellezza che ha senso perseguire, quella che intercorre tra me e l’Altro: la relazione.

Bibliografia

 

BUTLER, Judith, L’alleanza dei corpi, Nottetempo, Milano 2017.

 

CHOLLET, Mona, Beauté Fatale. Les nouveaux visages d’une aliénation féminine, Éditions La Découverte, Paris 2012.

 

FARREL, Amy E., Fat Shame. Lo stigma del corpo grasso, Edizioni Tlon, Perugia 2021. 

 

FOUCAULT, Michel, Sorvegliare e punire: nascita della prigione, Einaudi, Torino 1976.

 

GANCITANO, Maura, Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino 2022.  

 

MELONI, Chiara, MIBELLI, Mara, Belle di Faccia. Tecniche per ribellarsi a un mondo grassofobico, Mondadori Libri S.p.A., Milano 2021. 


 

Considerazioni 

Il presente lavoro è nato da un’esigenza personale, e quindi politica, di rovesciare le categorie con le quali pensiamo e parliamo di corpi. Le questioni toccate sono tante e complesse, e ciò che abbiamo scritto, in quanto Manifesto, non pretende di essere esaustivo. Seguiranno infatti numerosi contenuti sotto forma di articoli, podcast, video ed altro ancora, che andranno a sviscerare tutto ciò che per noi rappresenta un’urgenza comunicativa, culturale, sociale ed educativa. Siamo e saremo fortemente debitrici di ogni studio sostenuto sulle tematiche che abbiamo qui appena introdotto, in questo caso specifico la nostra riconoscenza si rivolge in modo particolare a Maura Gancitano, le cui parole in Specchio delle mie brame (vedi bibliografia) sono state il fil rouge che ha condotto la stesura di questo Manifesto. 

Adesso è anche vostro, prendetevene cura. 
 

Eloisa Masini e Leoné Benini Frajese di STATO BRADIPO.